karate

I corsi per adulti hanno come obbiettivo lo studio del Karate tradizionale di stile Goju Ryu e Shito Ryu in tutti i suoi aspetti:
KATA (forme), KUMITE (combattimento), tecniche di difesa personale e cenni di storia della disciplina.

Mº Francesco Favaron 7 Dan insegna Karate da sempre. Uno dei primi a diffondere tale arte marziale: è stato un ottimo atleta conquistando numerosi titoli a livello internazionale. Oggi è direttore tecnico regionale per la federazione riconosciuta dal Coni -Fijlkam – per il settore karate. Primo inoltre in Italia a portare lo stile di Yoshimi Inoue: 8 Dan e allenatore dell’attuale campione del mondo.

I corsi, suddivisi tra adulti e bambini, si tengono il martedì e il giovedì.

Bambini:

martedì e giovedì: 17:30 – 19:00

Adulti:

martedì e giovedì: 20:30 – 22:00

inoue-ha

La Inoue Ha Shito Ryu è presieduta da Soke Yoshimi Inoue, 8° Dan,  che è stato allievo diretto del Maestro Teruo Hayashi importante figura dello stile Shito Ryu.

Per diversi quadrienni olimpici è stato allenatore della Nazionale di Kata Giapponese,  fa parte della commissione tecnica della Federazione di karate giapponese All Japan Karate-do ed è membro della Commissione degli esaminatori che conferiscono i Dan in questa federazione.

Vanta tra i suoi allievi diversi campioni tra cui Mie Nakayama,  Atsuko Wakai, Ryoki Abe,  e per ultimi Rika Usami ed Antonio Diaz che hanno vinto il titolo mondiale nella specialità kata al Campionato del Mondo che si è svolto a novembre 2012 a Parigi.

L’anno scorso il Maestro Favaron Francesco, 7° Dan che insegna karate presso la New Athletic Club, si è recato a Tottori  in Giappone ospite di Soke Inoue e si è allenato con lui nel suo dojo assieme ad alcuni dei suoi allievi ed istruttori provenienti da diverse parti del mondo.

In quell’occasione ho potuto constatare che il metodo di allenamento da lui utilizzato è validissimo per atleti di tutti gli stili di karate. Infatti con i suoi insegnamenti ha portato a podi mondiali atleti dello stile Goju Ryu, Shito Ryu, Sotokan e Shorin Ryu.

Attualmente il Maestro Favaron è il primo Maestro di karate in Italia ad usare il metodo Inoue Ha essendo stato riconosciuto ufficialmente da Soke Inoue  come membro dell’organizzazione Inoue-Ha Shito Ryu che ha rappresentanze in molti paesi del mondo.

Dopo questo importante riconoscimento, in occasione degli ultimi esami per Dan, il M° Favaron ha potuto conferire per la prima volta in Italia i diplomi rilasciati dalla Inoue-Ha Shito Ryu riconosciuta dalla Federazione All Japan Karate Do ai seguenti atleti: Petrucci Giovanni, Luciani Mattia, Tagliabue Michele, Carboni Maira 1° Dan, Damiani Andrea 2° Dan, Capraro Luciano 3° Dan.

Gli esami si sono svolti presso la Palestra New Athletic Club in cui si tengono i corsi di karate. Questa è la prima palestra in Italia che utilizza questo metodo Inoue-Ha. La New Athletic è un Club in cui vengono praticate soprattutto le arti marziali come Viet Vo Dao, Taekwon Do, Viet Tai Chi, ecc. ed è diretta dal Maestro Fulvio Papalia esperto in Viet Vo Dao che ha presenziato alla consegna dei diplomi di Dan assieme al Vice Presidente del CONI regionale e Presidente della U.S. ACLI del Veneto Sig. Enrico Boni.

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La sua storia e la sua evoluzione sono molto complesse. Tutto nasce nell’isola di Okinawa, sotto l’influenza cinese e si consolida ed evolve sotto la dominazione giapponese. L’arte di combattimento a mani nude praticata dalla nobiltà  sembra aver avuto all’inizio, più che altro il significato di una manifestazione simbolica dell’alto rango.

Piano piano l’arte della nobiltà ha penetrato anche le altre sfere sociali e gli abitanti di Okinawa in modo diverso praticavano tutti il Karate.

Il Karate come lo conosciamo non avrebbe preso questa forma senza il contributo dell’Arte di Combattimento Cinese, introdotta nell’isola tramite il contributo dei viaggiatori da e per la Cina e la trasmissione delle conoscenze dei cinesi che risiedevano a Okinawa.

Nel 1901 nasce la prima scuola di Karate, in cui i Maestri insegnano a molti allievi e non più a un allievo o due alla volta.

Negli anni ’30  si colloca il punto di suddivisione nell’evoluzione del Karate tradizionale e l’origine delle diverse forme e dei diversi stili che continueranno ad evolversi fino ai giorni nostri.

Più volte, nel corso delle lezioni, è capitato di spiegare agli allievi che la conoscenza di un buon Karate passa
attraverso la pratica di… tre K.

Le tre K sono le iniziali di Kata, Kihon e Kumite, che rappresentano un po´ i pilastri sui quali si regge tutto
l´apprendimento del Karate sportivo.

Kihon significa “tecniche di base”, essi rappresentano, insomma, i”fondamentali” del Karate. Kumite sta per
”combattimento” e certo questa è la parte più popolare di quest´arte, la più appariscente e la più facilmente
comprensibile.
Kata in giapponese si traduce con “forme”; nel Karate essi rappresentano i cosiddetti “esercizi formali”, cioè
una serie preordinata di movimenti di difesa e di attacco che, armonicamente fusi insieme, seguendo una
sequenza logica, vengono a costituire una sorta di “combattimento contro le ombre”, o meglio, contro 
avversari immaginari.
Se dovessimo stilare una graduatoria di priorità nella pratica di queste tre K, non avremmo dubbi nel porre in
prima riga i Kata. Perché? E´ presto detto.

Il Kata racchiude in se tutte le conoscenze di un buon Karateka.
Volendo poi apprendere il Kumite, ossia il combattimento libero, non vi è miglior modo di quello di studiare i
 Kàta, vere riserve di tattica e strategia delle risposte agli attacchi più diversi (non dimentichiamo che,
seppur sui generis, anche il Kata è un combattimento, e un combattimento di prim´ordine, studiato e
codificato dai più grandi Maestri del passato).

II Kata è l´essenza stessa del Karate e di questo rappresenta l´aspetto più genuino, il meno “inquinato”. I
grandi Maestri di un tempo (ma anche i seri istruttori di oggi) attribuivano una grande importanza ai Kata,
pensando che essi potessero essere utili non solo alla pratica fisica, ma anche al potenziamento psichico e
spirituale dei Karateka.

Per studiare i Kata, infatti, non è necessario solo ripetere meccanicamente i movimenti imparati, occorre
immedesimarsi in essi, entrare nello spirito di quel “combattimento” che stiamo vivendo, fondere la nostra
capacità di concentrazione e la nostra volontà con la potenza dei colpi e l´armonia delle combinazioni.

Solo dopo una lunga esperienza, quando sentiremo le tecniche fluire liberamente dal nostro corpo per
riempire lo spazio circostante di una costruzione solida e compiuta, potremo dire di essere veramente
padroni dei Kata.

La strada non è facile, ma certo non bisogna arrendersi alle prime difficoltà o ai primi insuccessi perché,
come dicono i giapponesi, “Zen shin “, ossia: “Non vi possono essere ostacoli, per una mente forte, alla
volontà di progredire”.

IL KARATE GOJU RYU
Così come molte sono le strade che portano al cuore di una grande città, così molte sono le vie che si possono percorrere verso l’apprendimento di un buon Karate.
Queste vie, in giapponese ryu, non sono altro che gli odierni stili di Karate, differenti tra loro per alcune impostazioni, ma sostanzialmente simili perché provenienti tutti da un unico ceppo: le Arti Marziali Cinesi, filtrate dall’esperienza degli isolani di Okinawa.
Ogni stile arroga a se le migliori qualità e le più forti caratteristiche e, non è raro trovare persino istruttori che, elogiando la propria Scuola sottovalutino o addirittura denigrino quella degli altri. Non si potrebbe commettere errore più grande.
Il buon praticante deve calarsi nella prospettiva di un viandante che, insieme a molti compagni, desidera arrivare alla meta. Anche se le strade sono diverse, per tutti il cammino è difficile e faticoso e non è detto che le esperienze fatte da coloro che avanzano per un’altra pista, non possano un giorno giovare anche a noi.
II bagaglio più interessante di ogni stile, quello che lo rende “originale” e lo distingue dagli altri, è indubbiamente rappresentato dai Kata.
Anche un Karateka alle prime anni potrà dire, guardando l’esecuzione di un buon data di quale stile si tratti e questo perché ogni Scuola ha le sue caratteristiche peculiari: nelle posizioni, nel modo di portare gli attacchi, di parare o di schivare i movimenti del nemico, di respirare.
Noi della Scuola Goju-Ryu, la scuola che unisce in se fermezza e cedevolezza, siamo molto orgogliosi della possibilità che ci è offerta di mostrare i nostri Kata.
Essi sono la parte più bella del nostro stile e noi, con modestia, cercheremo di insegnarne i principi.
La Goju Ryu è famosa nel mondo del Karate per l’uso di posizioni antiche, tradizionali, provenienti dal repertorio cinese; posizioni invero oggi poco usate, ma forse proprio per questo più inattese dall’avversario e quindi, lungi dall’essere superate, più efficaci. Abbiamo così la posizione della tigre, del cane, dell’airone, del gatto e di molte altre ancora., che trasmettono all’osservatore attento, una sensazione di potenza e leggiadria, di forza e di bellezza insieme, che rende tipico questo stile.
Ma la caratteristica saliente della Goju Ryu è senz’altro la respirazione, profonda e rumorosa, con la quale vengono eseguiti alcuni suoi Kata.
Gli storici dicono che quando il Maestro Miyagi Choijun, 10° Dan e fondatore dello stile Goju Ryu eseguiva il Kata Sanchin, gli animali vicini scappavano terrorizzati e gli uomini si sentivano rimescolare il sangue nelle vene al suono rauco delle sue espirazioni!
Tenere un ritmo di espirazione pacato, ma potente, con veloci inalazioni all’inizio di ogni tecnica e lente e poderose espirazioni nell’esecuzione dei colpi, concentrare la propria attenzione e volontà nella ritmica contrazione di ogni parte del corpo, queste sono le caratteristiche salienti di una buona esecuzione, difficile da raggiungere più di quanto possa sembrare a prima vista

IL KARATE SHITO RYU
La scuola Shito Ryu è stata fondata da Kenwa Mabuni amico di Choiun Miyagi e Shito-ryu significa “La Scuola nata dai due Maestri Itosu e Higahonna” in onore dei due Maestri di questi due amici.
La Scuola Shito-ryu contemporanea conta da quaranta a cinquanta kata; alcune correnti ne contano anche più di sessanta. E’ un vantaggio o uno svantaggio?
E’ certamente un vantaggio, in funzione della possibilità di fare confronti di forma e di significato all’interno della gestualità dei kata di karate, che costituisce una particolare grammatica di segni del corpo.
Per un lavoro di ricerca è utile e allo stesso tempo indispensabile, avere un repertorio sufficiente di sequenze gestuali per decodificare, a partire da una messa in relazione, il senso nascosto dei kata.
Questo repertorio facilita anche l’esame critico dei kata che vengono praticati e la riflessione sul modo di trasmissione dei kata.
Tuttavia, un numero elevato di kata non significa obbligatoriamente una superiorità quanto alla pratica dell’arte. Un insieme di dodici kata, come nella Scuola Goju-ryu, è ampiamente sufficiente per assicurare la perpetuazione di una Scuola.
Padroneggiare questi dodici kata e approfondirli è molto difficile e ben pochi vi arrivano.
In tutte le scuole di Karate, ogni adepto concentra, seguendo un ciclo che può andare da qualche mese a parecchi anni, i propri sforzi su un certo kata che ha scelto per approfondirlo particolarmente. Fino all’inizio del secolo, ben pochi Maestri conoscevano più di tre-quattro kata; ogni kata dava luogo ad un lavoro profondo e reiterato.
Come può oggigiorno, un adepto ordinario, conoscere dieci volte più kata e, al tempo stesso, ricercare la qualità? E’ innegabile che esiste il rischio di perdersi nella quantità e di restare ad un livello superficiale.
Benché Mabuni si sia riallacciato, per un certo tempo, alla scuola Goju-Ryu fondata dal suo collega Miyagi, quando osserviamo oggi il modo di praticare, notiamo che la differenza tra le due scuole Goju/Shito-ryu è molto netta.
Un esperto qualificato nel Karate non può mancare di constatare una differenza nell’esecuzione di uno stesso kata del loro comune repertorio.
La tecnica della scuola Shito-ryu è contrassegnata dalla sottigliezza. In confronto ad altre, può mancare talvolta dell’espressione di potenza, ma la compensa ampiamente con la velocità e la sottigliezza tecnica.
Gli adepti di questa Scuola eccellono spesso nelle tecniche che si basano sulla mobilità del bacino, gli spostamenti del corpo e le tecniche di deviazione degli attacchi.

hi non conosce il Karate, l’arte marziale giapponese, ricca in cultura e tradizione?

Il Karate, oltre ad essere un efficace metodo di autodifesa, è una disciplina completa per lo sviluppo fisico e spirituale dell’individuo. L’acquisizione di serenità e autocontrollo e, a livello fisico, di un corpo sano, sciolto e potente sono solo alcune delle caratteristiche di questa affascinante arte marziale la cui pratica è fondata su principi etici e morali di indubbio valore formativo.

Il Karate è una disciplina che possono praticare tutti: uomini, donne e bambini adattando l’allenamento alle caratteristiche dei singoli praticanti. Le soli doti necessarie sono la buona volontà ed il desiderio di migliorare la conoscenza di se stessi.

Il Karate
Il Karate-do, ossia il Karate moderno, nato da un’antica e terrificante arte di combattimento orientale, è oggi uno sport conosciuto e affermato in tutto il mondo.

La sua storia e la sua evoluzione sono molto complesse. Tutto nasce nell’isola di Okinawa, sotto l’influenza cinese e si consolida ed evolve sotto la dominazione giapponese. L’arte di combattimento a mani nude praticata dalla nobiltà  sembra aver avuto all’inizio, più che altro il significato di una manifestazione simbolica dell’alto rango.

Piano piano l’arte della nobiltà ha penetrato anche le altre sfere sociali e gli abitanti di Okinawa in modo diverso praticavano tutti il Karate.

Il Karate come lo conosciamo non avrebbe preso questa forma senza il contributo dell’Arte di Combattimento Cinese, introdotta nell’isola tramite il contributo dei viaggiatori da e per la Cina e la trasmissione delle conoscenze dei cinesi che risiedevano a Okinawa.

Nel 1901 nasce la prima scuola di Karate, in cui i Maestri insegnano a molti allievi e non più a un allievo o due alla volta.

Negli anni ’30  si colloca il punto di suddivisione nell’evoluzione del Karate tradizionale e l’origine delle diverse forme e dei diversi stili che continueranno ad evolversi fino ai giorni nostri.

le tecniche:

Più volte, nel corso delle lezioni, è capitato di spiegare agli allievi che la conoscenza di un buon Karate passa attraverso la pratica di… tre K.

Le tre K sono le iniziali di Kata, Kihon e Kumite, che rappresentano un po’ i pilastri sui quali si regge tutto l’apprendimento del Karate sportivo.

Kihon significa “tecniche di base”, essi rappresentano, insomma, i”fondamentali” del Karate. Kumite sta per “combattimento” e certo questa è la parte più popolare di quest’arte, la più appariscente e la più facilmente comprensibile.

Kata in giapponese si traduce con “forme”; nel Karate essi rappresentano i cosiddetti “esercizi formali”, cioè una serie preordinata di movimenti di difesa e di attacco che, armonicamente fusi insieme, seguendo una sequenza logica, vengono a costituire una sorta di “combattimento contro le ombre”, o meglio, contro avversari immaginari.

Se dovessimo stilare una graduatoria di priorità nella pratica di queste tre K, non avremmo dubbi nel porre in prima riga i Kata. Perché? E’ presto detto.

Il Kata racchiude in se tutte le conoscenze di un buon Karateka.

Volendo poi apprendere il Kumite, ossia il combattimento libero, non vi è miglior modo di quello di studiare i Kàta, vere riserve di tattica e strategia delle risposte agli attacchi più diversi (non dimentichiamo che, seppur sui generis, anche il Kata è un combattimento, e un combattimento di prim’ordine, studiato e codificato dai più grandi Maestri del passato).

II Kata è l’essenza stessa del Karate e di questo rappresenta l’aspetto più genuino, il meno “inquinato”. I grandi Maestri di un tempo (ma anche i seri istruttori di oggi) attribuivano una grande importanza ai Kata, pensando che essi potessero essere utili non solo alla pratica fisica, ma anche al potenziamento psichico e spirituale dei Karateka.

Per studiare i Kata, infatti, non è necessario solo ripetere meccanicamente i movimenti imparati, occorre immedesimarsi in essi, entrare nello spirito di quel “combattimento” che stiamo vivendo, fondere la nostra capacità di concentrazione e la nostra volontà con la potenza dei colpi e l’armonia delle combinazioni.

Solo dopo una lunga esperienza, quando sentiremo le tecniche fluire liberamente dal nostro corpo per riempire lo spazio circostante di una costruzione solida e compiuta, potremo dire di essere veramente padroni dei Kata.

La strada non è facile, ma certo non bisogna arrendersi alle prime difficoltà o ai primi insuccessi perché, come dicono i giapponesi, “Zen shin “, ossia: “Non vi possono essere ostacoli, per una mente forte, alla volontà di progredire”.